Cosa rimarrà del nostro pianeta?

Global warming: come ne risentono flora e fauna

Fino a qualche anno fa si pensava che il riscaldamento globale consistesse solo nell’aumento di temperature, nella fusione dei ghiacci e nell’innalzamento dei livelli dei mari. Oggi invece sappiamo che la questione è molto più complessa, che il cambiamento climatico non è un problema futuro e che abbiamo pochi anni a disposizione prima che diventi irreversibile.

L’uomo esercita un’influenza crescente sul clima e sulla variazione della temperatura terrestre in particolare attraverso attività come la combustione di combustibili fossili, la deforestazione e l’allevamento del bestiame. Queste attività aggiungono enormi quantità di gas serra a quelle naturalmente presenti nell’atmosfera, incrementando l’effetto serra naturale e determinando così il fenomeno del riscaldamento climatico globale.

Le conseguenze di queste azioni sono molteplici sia per la vita nelle sue varie forme che per l’ambiente.

Tali conseguenze sono rappresentate da: scioglimento delle calotte polari e dei ghiacci perenni, aumento del livello dei mari, aumento in frequenza ed in intensità dei fenomeni meteorologici estremi, variazione della distribuzione annuale delle precipitazioni piovose, aumento del rischio di inondazioni, aumento della siccità ed aumento del rischio incendi, aumento delle ondate di calore con conseguenze sanitarie per la popolazione, variazione nella distribuzione degli habitat animali, estinzione di specie, variazione della distribuzione nevosa, variazione della produttività agricola e della qualità e capacità nutrizionale.

Dal 2014 abbiamo assistito inermi alla scomparsa di oltre 10 milioni di alveari, e soltanto in Italia le arnie che diventano “silenziose” cessando il ronzio sono circa 200 mila all’anno. Mentre la comunità scientifica si interroga sulle cause di questo fenomeno complesso noto come sindrome di spopolamento degli alveari, quel che si sa è che i cambiamenti climatici stanno rendendo la vita impossibile per le piccole operaie alate. Il rialzo delle temperature spinge le api a migrare verso latitudini più fresche per stabilirvi nuovi alveari. Il rialzo delle temperature inoltre porta a fioriture anticipate, con il risultato che i fiori mettono polline e nettare a disposizione quando le api non sono ancora pronte a raccoglierlo e ciò impatta negativamente sulla salute delle api: compromette infatti la loro capacità riproduttiva, le rende meno attive e più vulnerabili ai parassiti. L’aumento della temperatura del pianeta, danneggiando come detto la salute delle api, incide anche sulla produzione di miele che rischia di scomparire da qui a 100 anni.

Con meno vie di fuga per sfuggire al riscaldamento, le specie che vivono negli oceani stanno scomparendo dai propri habitat a velocità doppia rispetto a quelle terrestri. Gli animali che si trovano a vivere al di fuori della propria fascia di temperatura ottimale consumano più energia per respirare, a scapito di altre funzioni. Di conseguenza, risultano indeboliti e quindi più vulnerabili alle malattie, consentendo ad altre specie, più adatte alle nuove temperature, di avvantaggiarsi nella competizione e di prendere il sopravvento.

In seguito a un inverno insolitamente caldo, il Wwf si dichiara preoccupato per quello che potrebbe accadere nell’Europa occidentale: «Le ondate di calore e le anomalie termiche sono caratteristiche del cambiamento climatico e tutti i modelli, nonché l’esperienza di questi anni, indicano che questo produrrà un aumento drammatico degli incendi, particolarmente nelle regioni del Mediterraneo». L’area mediterranea sta subendo un graduale e inarrestabile inaridimento, con una riduzione delle precipitazioni e conseguente aumento di siccità: secondo le proiezioni nei decenni futuri ci sarà un significativo aumento dell’aerea bruciata nell’Europa mediterranea.

La nostra generazione è la prima a sperimentare il rapido aumento delle temperature in tutto il mondo e probabilmente l’ultima che effettivamente possa combattere l’imminente crisi climatica globale.

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